Un percorso artistico che attraversa architettura, scenografia e animazione fino a trovare nel vetro una voce per esprimersi. Quello di Paola Marzoli è un viaggio tra identità e trasformazione, in cui la materia diventa uno specchio per riflettersi nella natura. In occasione della X edizione di “Ridefinire il Gioiello” a cura di Sonia Patrizia Catena, contest dedicato al gioiello contemporaneo, l’abbiamo incontrata per ripercorrere il suo viaggio.

Innato, il desiderio di creare la invade sin da piccola, rivelando in lei una forte curiosità per la manipolazione della materia. «Sempre in fermento», come lei stessa racconta, «dipingevo i muri del corridoio, impastavo il borotalco con la crema…».
Una predisposizione che si scontrò presto con le aspettative familiari; indirizzata al liceo scientifico, il fermento non si spense e incontrò la tecnica. Un professore capace di trasmetterle la passione per l’arte e le tecniche incisorie.
Dopo il liceo scelse Architettura, immaginando un futuro legato alla scenografia, trovandosi poi a lavorare nell’animazione: ventidue disegni al secondo, un’esperienza che ricorda come una delle più divertenti della sua vita. «Ci vuole anima per tutte le attività artistiche, anima supportata da tecnica», racconta.
Nonostante tutto, ha continuato la propria ricerca artistica, diventando anche decoratrice di porcellana al terzo fuoco.
La svolta arrivò nel 2000, durante una fiera di belle arti a Roma, quando scoprì la lavorazione del vetro attraverso la tecnica Tiffany. Fu un incontro folgorante, seguito da un lungo percorso in laboratorio presso la Casa Internazionale delle Donne.
È lì che, come racconta, iniziò il suo vero processo di individuazione: imparare a lasciarsi andare, ritrovare sé stessa e sviluppare una nuova forma di libertà espressiva. Se l’architettura l’aveva irrigidita, il lavoro manuale le insegnò la resilienza.
Dalla spirale, con le sue forze centrifughe e centripete, alle strutture biologiche, dalla corrosione alla frattura, Marzoli osserva ciò che accade alla materia quando cambia, si rompe o si ricompone. «Sono un personaggio materico, i miei gioielli sono scultorei», afferma.
Ogni creazione conserva qualcosa di sé, comprese quelle più intime, come la collezione “Lacrime di ghiacciaio”; opere personali, nate forse da un’esigenza interiore più che commerciale di voler raccontare come il vetro, protagonista della sua visione, possa dare forma ai suoi pensieri.

Questo dà vita a un processo senza confini, in cui Marzoli, da grandi pannelli di vetro su supporti lignei, ha iniziato a conservare e selezionare con cura gli sfridi in base a dimensioni, colori e forme per poter creare la sceneggiatura del suo modo di sentire.
Forte rimane il legame con la natura, che emerge con particolare intensità nel artefatto presentato al contest “Ridefinire il Gioiello”.
Il tema di questa edizione, “La montagna: oltre la vetta”, invita ad esplorare il rapporto con la natura, nello specifico con la montagna e dalla neve.
Marzoli presenta un gioiello che si articola su due livelli: la struttura è realizzata mediante la tecnica Tiffany, con l’uso di vetro opalescente nero, vetro semi-opalescente color latte e superfici ridefinite e marcate da fili di rame. Le gocce sovrastanti sono realizzate tramite la tecnica della vetrofusione a caldo del vetro nei suoi molteplici strati e colori.
Paola nella neve che si scioglie riconosce l’atto di trasformazione; questo la spinge a sperimentare nella ricerca di quel dialogo tra la materia e la natura.
Fondere e trasformare il vetro diventa l’espressione di un embrionale processo di individuazione e crescita.
«Dio mio, fa che i miei nipoti vedano la neve».
Una materia mai statica, ma viva, mutevole e spontanea; il vetro come la neve. Una ricerca che non limita l’intuizione, ma le permette di prendere forma. E forse è proprio per questo che, alla fine del suo percorso, resta una certezza semplice e potente: «Per il momento direi che sono molto grata alle mani».


















