Uno dei molti spunti emersi durante la Conferenza Nazionale di Gemmologia, tenutasi a Napoli nel Giugno 2025, è stato offerto dalla sezione dedicata alla fotomicrografia delle inclusioni.
Un concorso, una presentazione tecnica curata da Liviano Soprani e una mostra tematica, “Frammenti di meraviglia”, realizzata in collaborazione con chi scrive e con il Centro Oromare, hanno portato l’attenzione sulle tecniche fotografiche applicate al microscopio.
Il pubblico ha potuto ammirare immagini spettacolari e seducenti, firmate da esperti come Nathan Renfro, Billie Hughes e Melissa Scarani, lo stesso Soprani, Bruno Martinez solo per citare alcuni.

Questa esposizione, che verrà riproposta in futuro dal Centro Oromare, ha oltrepassato i confini del mero uso didattico o diagnostico, trasformandosi in una vera galleria d’arte microscopica.
Ma la domanda è: facciamo ancora uso delle immagini nella gemmologia moderna?
«Video killed the radio star», cantava un vecchio gruppo pop nel 1979. Eppure la radio è ancora viva. C’è, a volte, qualcosa che resiste alle transizioni forzate, quando diventano dogmi. I modelli superati hanno come uno scatto di orgoglio e portano alla luce, al loro presunto crepuscolo, un regalo sorprendente ed inaspettato.


In gemmologia è accaduto qualcosa di simile. È emerso un nuovo livello, il segno tecnico avvia una transizione e muta: i cromatismi, le sfumature, le macchie e le pennellate dei frammenti di meraviglia che rappresentano il mondo interno di una gemma, pur non essendo inizialmente concepiti che come documentazione o sussidi didattici, possono essere percepiti come arte astratta. Il significante, che era stato predisposto per un significato specificamente ausiliario, ne sprigiona uno aggiuntivo. E questo ci sfugge di mano.
È un bellissimo paradosso, ma non inedito. Le avanguardie artistiche aggiornano da sempre i propri linguaggi pescando a piene mani nel grande mare delle innovazioni e applicazioni tecniche.

Partiamo dunque dal “nuovo che avanza”, un fatto ineludibile. Eccolo il nuovo: la spettrometria. Non solo la ricerca gemmologica ma anche la pratica giornaliera dell’analista è sempre di più costituita dalla strumentazione basata sullo studio dell’interazione tra materia e radiazione elettromagnetica.

La spettrometria ha portato in primo piano i suoi diagrammi di curve, relegando sullo sfondo le immagini microscopiche.
In pratica noi non “vediamo” più, ma l’occhio di uno strumento più efficiente vede per noi. Ma davvero butteremo i microscopi nelle soffitte polverose del passato? No, il gemmologo non lo farà.
Se la radio ha resistito, sopravviveranno anche i microscopi con le loro visioni magnifiche, capaci di spingerci fuori dalla zona di comfort, in un altrove con il quale bisognerà, per l’appunto, fare i conti.

Il microscopio non ha bisogno di alcuna difesa d’ufficio, sopravvive perché è utile. Perché sebbene richieda più tempo, continua a fornire prove conclusive di identificazione, al pari di quelle ottenute dagli spettri generati da strumenti come UV-Vis-NIR, FTIR o Raman, oggi accessibili a un pubblico sempre più vasto.
E poiché anch’esso si evolve integrando fluorescenza e raggi X possiamo parlare, in senso largo, di una forma di “resilienza dell’immagine microscopica”.

E proprio a proposito di questa resilienza la Conferenza di Napoli ha detto, su quell’“altrove” evocato dalle immagini, una parola in più. E cioè che le foto microscopiche degli elementi che caratterizzano le qualità di una gemma vanno al di là della mera rappresentazione dei fenomeni. Fino a diventare espressione artistica. Le immagini dell’esposizione di Napoli sono state riproposte come tali. Ma in cosa consiste questa peculiarità?

Le curve ed i picchi degli spettri, il nuovo “linguaggio” gemmologico, si assomigliano tutte, nascono e muoiono per esprimere numeri e quantità.
E l’arte figurativa non vive su assi cartesiani. Le immagini restituite da un microscopio ottico, invece, ci sono familiari perché sempre diverse, immerse nella luce “solare” della nostra esperienza terrestre, non in quella artificiale di un raggio laser.
Una fotografia microscopica, il “vecchio” linguaggio gemmologico ferma il “nostro” tempo e delimita lo spazio “umano”. Ci resta vicina come un’icona, come graffiti.

Cambia la scala, ma il paesaggio conserva la stessa immanenza di quello che sperimentiamo ogni giorno: la dimensione minuta di aghi di rutilo, fluidi intrappolati, cristalli secondari, fasi liquide e fasi di gas sono i corrispondenti minuti dei paesaggi rurali (o antropizzati, è lo stesso) che incontriamo ogni giorno.
Ingranditi, questi dettagli diventano quadri naturali, tessiture, linee, campi visivi che richiamano le composizioni astratte nella loro tensione di superamento del naturalismo.
Prendiamo la Composition in Blue Gray and Pink, di Piet Mondrian, del 1913. Non evoca forse il gioco complanare ed iso-orientato di molte inclusioni tubolari o aghiformi presenti in tanti cristalli? E non sembrano, tanto il quadro quanto le inclusioni, riprese satellitari di Google Earth?


Sono scenari già predisposti dalla natura che anticipano le nostre pulsioni creative. Solo che questi scenari non esistono in sé ma devono essere organizzati ed interpretati.
Se vediamo bene, dietro lo scatto del gemmologo si cela allora un intero set: il soggettista che sceglie la pietra e l’inclusione da raccontare, il direttore della fotografia che orienta la fibra ottica, lo scenografo che costruisce il set di ripresa, il montatore che lavora sullo stacking, il tecnico che cura la postproduzione.
La gemmologia sperimentale, nel momento in cui dispone il proprio punto d’osservazione, costruisce una visione che richiede la stessa chiarezza compositiva e armonia estetica che appartengono al cinema d’autore. Illustrare un fenomeno equivale a raccontare la storia di qualcosa di bello che è nascosto. Qualcosa che è fatto emergere grazie ad un’azione soggettiva e disciplinata.

L’approccio tecnico, in questo caso, non combacia con quello artistico? E allora non torniamo, ma con moto inverso, all’urgenza di quel mondo interiore teorizzata da Kandinskij e la sua Composizione VII che pose le basi dell’arte astratta, allontanandosi dall’apparenza esteriore del reale?
La Conferenza di Napoli ha messo a fuoco proprio questo scatto in avanti: la gemma non è più solo la bellezza “esteriore” di purezza e taglio, ma anche quella “interiore”, il suo paesaggio caotico e segreto, catturato dallo sguardo umano che transita per scopi tecnici e, restandone rapito, si dispone ad un atteggiamento creativo.

Come ricorda spesso il mineralista Fabrizio Nestola, uno dei relatori della Conferenza di Napoli, i diamanti superprofondi, con le loro inclusioni, dovrebbero valere sul mercato più dei “super puri”: perché unici, rari, e ricchi di storie da raccontare. Insomma l’attenzione al mondo delle inclusioni comporta inevitabilmente la riscrittura dell’estetica della pietra e del gioiello; la messa in discussione del mito della purezza.
In questa direzione si incrociano le nuove tendenze del design che ormai da tempo hanno aperto a nuovi materiali precedentemente ignorati.

Da qui deriva il possibile riscatto di tante pietre un tempo trascurate: quelle attraversate dagli arabeschi delle formazioni dendritiche o i quarzi brasiliani con pennellate voluttuose di ossidi metallici, i cabochon con fenomeni di gatteggiamento, di opalescenza, i cristalli con pleocroismo o con tenebrescenza. E la lista potrebbe essere lunghissima.
Conclusioni possibili. La gemmologia, non diversamente dal design del gioiello, è disciplina di cerniera che deve e può fare proprie le certezze primarie dei dati chimici e fisici che caratterizzano i materiali utilizzati ed utilizzabili.

Resta però il fatto che gemmologo e designer, non essendo mineralisti o ingegneri o architetti in senso stretto, possono attingere a una vasta gamma di influssi e suggestioni. E questo non è un limite, ma un vantaggio di prospettiva che permette di muovere il punto di osservazione e di spostare segni ad ogni occasione che lo consenta, dal mondo empirico ma rigido delle scienze dei materiali a quello estetico ed inafferrabile della creatività.
Articolo di Paolo Minieri, pubblicato su Alkimiya Magazine nr. 4 – Estate/Autunno 2025


















