Piccole perle, barocche, colorate con fiori. Questo ci si aspetta dai gioielli in vetro di Murano. Quella di Caterina Zucchi è una voce fuori dal coro: nata e cresciuta a Livorno, fa della soffiatura del vetro un’alchimia di ingredienti del tutto innovativi. Un’impronta di ricerca nuova dove la tecnica è fedelmente tradizionale ma il processo è del tutto contemporaneo.

Quando è avvenuto l’incontro, che ha dato inizio a questa relazione, fatta di amore e odio, tra Caterina e il vetro, e come si è evoluto nel tempo?
«Per caso direi, un po’ come nascono tutti i grandi amori. È il 1999, anno in cui mi iscrivo all’università e contemporaneamente inizio a cercare un modo per esprimere me stessa attraverso la creatività. Adesso il vetro è una parte della mia personalità: un amico, a volte nervoso, a volte affettuoso, con cui ho un rapporto di amore e odio».

Oltre ad una buona dose di fantasia, alla base della creatività c’è soprattutto emotività. Qual è l’emozione che prevale durante la lavorazione, prendendo forma nei gioielli?
«Nelle mie creazioni ci sono sicuramente la forza, la presenza e la tenacia: forme leggere ma visibili, di impatto. Tra tutte, la forza è l’emozione che prende il sopravvento, soprattutto nell’ attimo della soffiatura, un momento molto intimo e meditativo, in cui devi ben calibrare i movimenti da fare. Una sorta di danza che coinvolge tutto il corpo».

Una ricerca basata sulla coesistenza di forza e fragilità: forza come presenza, fragilità come leggerezza materica. L’utilizzo del colore è molto interessante. Sembra quasi siano delle pennellate.
«Sembrano pennellate ma in realtà è tutto vetro su vetro fuso. Tutto si lega alla casualità, istintiva e passionale: parto da fili più sottili che fondo sopra l’elemento più grande e, nel momento in cui lo soffio, il colore si apre e in modo gestuale dà vita a pennellate di colore nervose».

Si parla spesso di ispirazione, un termine che nell’ambito del design e della creatività non è propriamente adatto in quanto presuppone uno stato di stasi contemplativa che appartiene squisitamente all’arte. Il creativo ha invece la necessità di esplorare ciò che lo circonda.
«In generale sono mossa da una grande curiosità rispetto alle architetture, le ombre degli oggetti, le geometrie. Sono legata al surrealismo, con particolare attenzione a Magritte. Trovo inoltre interessante sviluppare l’oggetto nella sua tridimensionalità, toccare le textures, ascoltare il rumore che fa il vetro indossato».

«Accanto al mio gusto poi c’è anche una ricerca personale sulla possibilità che può dare il vetro.
Il risultato finale è un lampo, una folgorazione, è la spontaneità che mi porta dove vuole, senza costrizione. Oltre poi all’ironia, che è una delle mie caratteristiche personali che cerco di rimettere nelle mie creazioni».

Ci sono delle date che segnano la linea del tempo rispetto alla tua evoluzione tecnica e artistica?
«Un anno importante è il 2004, quando torno a Livorno dopo 2 anni di studio a Bolzano e uno di lavoro a Murano, come assistente ad un maestro. Ho aperto Studiozero Vetro solo alcuni mesi dopo, nel Gennaio 2005, perchè avevo la necessità di spogliarmi dell’identità che avevo acquisito sino a quel punto per fare cose del tutto nuove».

«Settembre 2008: durante il Macef Bijoux Milano, una delle mie creazioni viene selezionata per il concorso ‘The Best of Ornamenta’ e iniziano le collaborazioni con clienti esteri, tra cui Stati Uniti e Giappone.
Il 2011 segna un momento di passaggio importante per quanto riguarda lo sviluppo del mio stile e della mia ricerca: dal vetro pieno inizio a sperimentare in maniera autodidattica la soffiatura a lume che mi ha fatto raggiungere un livello volumetrico e di leggerezza che altrimenti non avrei avuto.
Il 2018 vede la fine di una collaborazione importante durata 10 anni con un cliente giapponese e l’inizio della mia libertà creativa».

Articolo pubblicato su Alkimiya Mag nr. 0 – Estate 2022.















