Pochi oggetti riescono a esercitare sul cuore umano lo stesso fascino dei gioielli e delle pietre preziose. Da secoli li utilizziamo per abbellire volti e oggetti, tramandandoli come tesori di famiglia o celebrandoli come simboli di amore e amicizia. Anche il passato ci parla di questo legame: preziosi monili ritrovati in tombe antiche testimoniano quanto fosse forte l’attaccamento a questi oggetti, considerati talmente importanti da accompagnare i loro proprietari anche nell’oltretomba.
Ma i gioielli non sono solo i protagonisti della nostra vita quotidiana: essi sono presenti in moltissimi dei racconti popolari e delle leggende che appartengono al patrimonio culturale globale. E tra i Paesi che meglio rappresentano questa connessione spicca il Giappone, in cui i gioielli non solo adornano ma assumono significati magici e simbolici. Il loro ruolo è a tal punto primario che la storia stessa della fondazione del Giappone vede come elementi fondamentali tre oggetti preziosissimi.

Il mito di fondazione e i Tre Tesori Sacri
Il Giappone, di per sé, non ha una particolare storia legata alle gemme e ai gioielli, nonostante sia famoso per tecniche raffinate di lavorazione dei metalli preziosi come il mokume-gane, che crea venature simili a quelle del legno nel metallo trattato. Tuttavia i metalli preziosi assumono spesso ruoli fondamentali nelle leggende, nei miti e nei racconti popolari, fungendo talvolta da preziosa ricompensa, altre volte da artefatti dai poteri magici, altre ancora da ornamenti dal carattere simbolico.

Il mito di fondazione narra di Izanami e Izanagi, divinità incaricate di creare la Terra. Come unico strumento avevano un’alabarda ornata di gioielli, con cui mescolarono l’acqua con l’aria e diedero forma al mondo. Dopo una lunga discendenza divina, Izanagi generò tre figure fondamentali, tra cui la dea del sole Amaterasu, dalla quale discenderebbe la famiglia imperiale giapponese.

Proprio Amaterasu si rese protagonista di un episodio cruciale: in seguito a una disputa con il fratello Susano-o, si rinchiuse in una grotta, lasciando il mondo nell’oscurità. Cercando un modo per far tornare il sole, una danzatrice escogitò un modo per farla uscire: appoggiò uno scintillante specchio di bronzo a un albero vicino all’ingresso della grotta e iniziò a danzare in modo buffo. Tutti gli dei che la osservavano iniziarono a ridere a crepapelle e Amaterasu, incuriosita, decise di uscire per dare uno sguardo. Ma non appena mise la testa fuori dall’antro, fu abbagliata dalla sua immensa luce riflessa dallo specchio di bronzo. Gli altri dei approfittarono della sua confusione per tirarla fuori e il mondo fu così illuminato dalla prima alba. Per farsi perdonare dell’inganno, la danzatrice offrì alla dea un prezioso gioiello in giada, uno dei gioielli giapponesi più simbolici: il magatama.
Il mito continua approfondendo la figura di Susano-o che, dopo aver sconfitto un mostro a otto teste, trova al suo interno una magnifica spada che donerà poi alla sorella Amaterasu.

Arriviamo così al fulcro del racconto: molto tempo dopo il mondo è ormai formato del tutto, i primi uomini abitano la Terra e il nipote di Amaterasu, Ninigi, viene da lei convinto a governare sugli uomini. Per attestare la sua discendenza da lei – in modo da renderlo degno agli occhi altrui – gli affida i Tre Sacri Tesori:

- la Spada del Paradiso, simbolo di forza; questa mitica arma è presente in moltissime leggende giapponesi e sembrerebbe essere conservata all’interno del tempio di Atsuta a Nagoya. Non è mai stata mostrata al pubblico, ma i monaci del tempio la descrivono come una spada a calamo in argento splendente, lunga 85 cm. L’impugnatura sarebbe composta da una lega giapponese, lo shibuichi (una lega d’argento e rame) o, più probabilmente, lo shakudo (di cui abbiamo già parlato), una lega di oro e rame, storicamente utilizzata per la realizzazione delle impugnature delle spade;

- lo Specchio di bronzo, simbolo della conoscenza; secondo le descrizioni fatte dai sacerdoti del Tempio di Ise – nel quale è conservato – si tratterebbe di un grosso specchio circolare di bronzo, somigliante pertanto più a uno scudo (viene talvolta chiamato “lo scudo perfetto”), con al centro un fregio ottagonale;

- il monile Magatama, simbolo della regalità; secondo il mito fu realizzato con della giada di colore verde brillante. Nella cultura popolare questa preziosa gemma viene raffigurata come una sfera dalle dimensioni di una piccola palla con una coda, simile a una virgola tridimensionale, attraversata da un foro nel centro. È comunemente ritenuto che l’originale sia stata in qualche modo rotta e rielaborata nella sua forma attuale di collana di giada, presentata, insieme agli altri due oggetti, solamente all’imperatore in una cerimonia non pubblica quando questi sale al potere. È conservata all’interno del Palazzo Reale di Tokyo.

I vari magatama, sullo stampo dell’originale, col tempo si sono diffusi in tutto l’arcipelago giapponese e si presentano solitamente nella caratteristica forma “a virgola”, originariamente utilizzati esclusivamente come ornamenti, alla fine del periodo Kofun assunsero anche un ruolo cerimoniale e religioso.
Il cristallo di rocca, l’onice e l’Hōju: il lato spirituale delle gemme
Oltre alla giada, il Giappone ha legato altre pietre preziose alla sfera spirituale. L’onice, con il suo aspetto scuro, sembra guardare dentro l’animo delle persone allo scopo di purificarle e allontanare le energie negative.

Il quarzo ialino, comunemente detto cristallo di rocca, dal canto suo, arriva a simboleggiare addirittura la vicinanza con il divino. A tal proposito, l’Hōju è una mitica gemma di quarzo ialino purissimo. È solitamente rappresentata avvolta tra fiamme, irradiando la luce tutto intorno. L’Hōju è associata alla dea buddhista Nyoirin Kannon, manifestazione di Kannon, bodhisattva della compassione. Nelle sue mani, questa gemma assume poteri magici: esaudisce desideri, illumina il cammino spirituale e porta prosperità.
Un altro modo in cui la vediamo rappresentata è tra le zampe di fieri draghi.
I Gioielli delle Maree e il Dio Drago Ryūjin

Proprio i draghi sembrano avere un ruolo fondamentale nella mitologia orientale, dove vengono celebrati come simboli di equilibrio e prosperità, incarnazioni di forze naturali benevole, in netto contrasto con l’immagine occidentale di creature da temere e combattere.
Molte leggende giapponesi riguardano proprio il Dio Drago Ryūjin, che regna sulle profondità marine dal suo palazzo sfavillante. Tra le sue immense ricchezze – che comprendono gioielli provenienti dalle imbarcazioni affondate, offerte preziose, perle giganti e tanto oro – si trovano due incredibili gemme: i cosiddetti “Gioielli delle Maree”. Essi compaiono in numerosi miti e racconti popolari, ma una leggenda degna di nota è sicuramente quella dell’imperatrice Jingu. Si narra che, per garantire il successo di una spedizione a danno della flotta coreana, invocò gli spiriti della natura affinché le procurassero l’honju (gioiello che alza la marea) e il manju (gioiello che abbassa la marea). Jingu li utilizzò quindi per manipolare le maree, sconfiggendo le forze coreane e assicurando una vittoria decisiva ottenendo in dono tesori come seta, gioielli e oro. Non si sa esattamente di quali gemme si trattasse, molti parlano ancora una volta di magatama o cristalli di rocca; tuttavia, in una delle leggende che li riguardano ne viene definito il colore: l’honju sarebbe stato una pietra di colore blu, mentre il manju sarebbe stato verde, lasciando spazio all’ipotesi che si potesse addirittura trattare di uno zaffiro e uno smeraldo.

Il palazzo del Dio Drago e la storia di Urashima Tarō
Si narra che il palazzo del Dio Drago fosse talmente lucente da accecare chi lo guardava e proprio questo luogo sarebbe il protagonista di una delle leggende più simboliche del Giappone: la storia di Urashima Tarō.
Egli era un giovane pescatore che un giorno salvò una tartaruga e fu ricompensato con un invito al palazzo del Dio Drago. Lì visse giorni di meraviglia, circondato da ricchezze e creature mitologiche. Dopo aver passato all’interno del palazzo quella che lui immaginava essere una settimana, decise di congedarsi. Gli venne così dato un cofanetto – probabilmente in metallo shakudo – con preziose gemme colorate poste a impreziosirne il coperchio e venne rimandato in superficie, con la promessa che lo avrebbe aperto solo se ne avesse sentito davvero la necessità. Urashima Tarō tornò nella sua città, ma gli sembrava di non conoscere più nessuno e scoprì che nessuno, a sua volta, conosceva il suo nome. Si rese così conto di aver trascorso in fondo al mare quasi 300 anni e, colto dalla disperazione, aprì il cofanetto. Dal contenitore uscì solo del fumo bianco che, una volta inalato, lo fece invecchiare di colpo, portandolo alla morte. Il contenuto di quel cofanetto così prezioso non era altro che il tempo stesso: ciò che tutti noi abbiamo di più prezioso.

Dai mitici Tre Tesori Sacri alla leggendaria Hōju, passando per i Gioielli delle Maree, le pietre preziose giapponesi racchiudono significati profondi, riflettono il potere della natura e il legame con il divino, e ci ricordano quanto sia preziosa ed effimera la vita stessa.















